La rivoluzione dei dati è anche una questione di recruiting in modo da riuscire a coprire le diverse posizioni con i talenti migliori.

Big Data Analytics Specialist, i Big Data Architect, i Data Scientist e i Chief Data Officer sono le figure più ricercate oggi nel campo dei Big Data.

Ogni epoca ha avuto il suo piccolo grande tesoro: il fuoco, l’oro, il carbone, il petrolio, la carta stampata.

Il tesoro della nostra epoca sempre più immateriale è invece costituito dai dati, vero e proprio epicentro delle nuove strategie di impresa.

E non si parla di dati ‘semplici’, ma di Big Data, in quanto la loro raccolta è talmente estesa in termini di quantità, di qualità, di varietà e di velocità che qualsiasi altro termine risulterebbe per forza di cose riduttivo.

Ma da dove deve partire un business per costruire la propria strategia Big Data?

Ovviamente dalle competenze giuste: impossibile trarre profitto da questa risorsa senza avere nel proprio organico delle figure professionali in grado di farlo.

«Gli imprenditori italiani stanno comprendendo che per realizzare progetti di successo con i Big Data è necessario partire da un’esatta dimensione umana ed aziendale» ha spiegato Carola Adami, fondatrice e CEO di Adami & Associati, società specializzata in ricerca di personale qualificato per Pmi e multinazionali «è necessario dunque dotarsi di figure professionali capaci di gestire quell’enorme flusso di dati e mettere così in campo un’analisi predittiva di successo».

I dirigenti delle più grandi aziende italiane lo hanno già compreso da qualche anno, e quelli delle Pmi lo stanno facendo ora: i Big Data non si limitano a descrivere, la realtà, la creano.

«Dal manifatturiero alle assicurazioni, passando per la sanità ed il retail» spiega Adami «tutti i principali settori si stanno confrontando con la digital trasformation e quindi anche con i Big Data, implementando le piattaforme tecnologiche necessarie ma soprattutto investendo nella ricerca e nella selezione di personale qualificato».

La rivoluzione dei dati, dunque, è anche una questione di recruiting: non basta dotarsi delle ultime tecnologie, bisogna anche riuscire ad afferrare i migliori talenti digitali.

Ma quali nuove figure professionali hanno apportato i Big Data al mercato del lavoro? Basandosi sulle lavoro della propria agenzia di recruiting di Milano, Carola Adami spiega che «i talenti più ricercati dalle aziende in questo senso sono il Big Data Analytics Specialist, il Big Data Architect, il Data Scientist e lo ».

Soprattutto quest’ultimo, secondo Gartner, entro la fine del 2017 sarà presente in almeno il 50% delle aziende internazionali, con la responsabilità totale sui data asset.

Il Data Scientist si contraddistingue invece per una mole di conoscenze trasversali in matematica, statistica e programmazione, per occuparsi a tutto tondo di data intelligence e di value: indispensabili, a questo scopo, un’esperienza professionale o accademica di alto profilo in Data Mining e in Machine Learning.

Programmazione e statistica sono poi le competenze salienti del Big Data Analytics Specialist, vera e propria professione del futuro ma già oggi molto richiesta dalle aziende, le quali in questa figura ricercano un nuovo e più efficace timone del proprio settore di marketing.

Il Big Data Architect, come suggerisce il nome, si occupa infine dell’infrastruttura in cui le informazioni verranno archiviate: dalla sua capacità dipende la possibilità dei colleghi di estrarre i dati puntualmente ed efficacemente.

I Big Data hanno tutte – o quasi – le risposte che le aziende stanno ricercando. Il problema, però, è quello di essere in grado o meno di porre le domande giuste. Per questo motivo le quattro figure professionali sopracitate sono sempre più ricercate nell’epoca della digitalizzazione.

«Questi talenti non sono però facilmente reperibili sul mercato: di fronte ai Big Data si ha l’impressione di ritrovarsi davanti al culmine del cosiddetto digital mismatch, ovvero ad un vistoso disequilibrio tra domanda e offerta nel mercato del lavoro» ha dichiarato Adami, aggiungendo però che «se la ricerca e la selezione di questi professionisti può essere difficoltosa, va anche sottolineato che è proprio per questo che esistono gli head hunter».

I pochi ma capaci professionisti dei Big Data, dunque, sono le nuove prede dei cacciatori di teste: e così resterà ancora per qualche anno, almeno fino a quando l’ostacolo del digital mismatch sarà raso al suolo da una rinnovata partnership tra il mondo delle università e quello delle aziende.