Solo su Facebook, ogni giorno, vengono caricate 350 milioni di foto.
Twitter ha all’incirca 500 milioni di nuovi tweet ogni 24 ore (6.000) per secondo.

Ci siamo mai chiesti come questi dati potranno essere selezionati e valutati in futuro?

O ancora meglio (o peggio), si chiede Bryan Clark in un articolo d’opinione, ci rendiamo conto di quanti dati inutili invadano l’universo digitale?

Fino a pochi anni fa, foto e video erano una testimonianza dei tempi in cui stavamo vivendo.
Oggi, con Instagram, una foto del 2017 può essere desaturata e indistinguibile da una scattata nel 1975.

E i ricordi? Come ci presenteremo in futuro ai nostri nipoti quando le uniche foto che avremo di noi saranno quelle con orecchie e lingua da cane scattate su Snapchat?
Sempre se abbiamo avuto l’accortezza di salvarle, ovviamente.

E sarà bello rivedere dopo 30 anni la diretta live Facebook di un evento con qualità streaming e invasa da emoji fluttuanti?

 

Una volta “registrare” la realtà, se non un atto responsabile, era almeno un atto consapevole.

Adesso, con l’invasione di dispositivi di registrazione e il business della riproducibilità facile e a tutti i costi, stiamo andando oltre la soglia del sostenibile.

Che figata sarà studiare i tweet di Obama e Trump a scuola fra 50 anni? Perché sono i contenuti di maggiore impatto che stanno lasciando i presidenti americani.

Sarà un bel casino per i futuri storici selezionare i materiali e capire cosa sarà davvero rappresentativo dei tempi andati.

Sempre se non gli è sfuggito qualcosa nella gigantesca mole di dati che ci sfreccia alla velocità della luce accanto.